giovedì 18 giugno 2026

Ode all'Usignolo

 


Ode all'Usignolo 

I.

Il mio cuore è angosciato e un sonnolento torpore

opprime i miei sensi, come se avessi bevuto cicuta,

o vuotata fino in fondo una coppa d'oppio,

solo un minuto fa, sprofondando nel Lete :

e non è per invidia della tua felice sorte,

ma per essere troppo felice della tua felicità,

che tu, o Driade della foresta, dalle ali leggere

in qualche radura melodiosa

verde di faggi e di ombre infinite

canti felicemente a piena gola tutta la gioia dell'estate.


II.

Oh, chi mi darà un sorso di vino, che sia stato

a lungo in fresco in una profonda fossa nella terra,

di un vino che sa di Flora e del verde della campagna,

e di danze e di canzoni Provenzali e di assolata allegria !

Oh! A me una coppa piena del caldo vino del Sud,

piena del vero, del rosso Ippocrene,

con bolle cristalline che ornano i bordi con perle di schiuma,

e la bocca tinge di porpora;

Oh! S' io potessi bere e abbandonare il mondo senza essere visto,

e con te scomparire nella foresta oscura.


III.

Svanire e dissolvermi, per dimenticare per sempre

quello che tu fra le foglie non hai conosciuto mai,

l'abbattimento, la febbre e l'inquietudine della terra

dove gli uomini odono l'uno dell'altro i gemiti;

ove la paralisi fa tremare gli ultimi melanconici capelli grigi,

dove la giovinezza diventa pallida e spettrale e muore ;

dove il solo pensare riempie di dolore e di disperazione

le palpebre di piombo,

ove la Bellezza non può serbare i suoi occhi lucenti,

e il nuovo Amore struggersi per essi oltre un nuovo giorno.


IV.

Via ! Via da qui ! Verso di te voglio volare,

non sul carro di Bacco e dei suoi leopardi,

ma sulle invisibili ali della Poesia,

nonostante la mia torpida mente sia tarda e perplessa;

però con te! Tenera è la notte,

e chissà, forse la Regina Luna è sul suo trono,

circondata da una miriade di Fate stellate;

Però qui non c'è altra luce

che quella che giunge dal cielo soffiata dalla brezza

attraverso verdi ombre e sentieri umidi e tortuosi!


V

Non distinguo quali fiori sono sotto i miei piedi,

né quale soave incenso scende dai rami

però nella calda oscurità, indovino ogni profumo

con il quale ciascun mese propizio dota il prato,

la macchia, il silvestre albero da frutta;

il candido biancospino e la pastorale eglantina;

le piccole violette, che presto sfioriranno nascoste tra le foglie;

e la prima delle figlie di metà Maggio,

la giovane rosa muschiata rorida di rosea rugiada,

rifugio rumoroso dei moscerini nelle notti estive.


VI

Nell'ombra ascolto; sono stato a lungo

innamorato della benevola morte, l'ho

invocata con nomi soavi nei versi meditati

affinché portasse nell'aria il mio respiro silenzioso,

ora più che mai, mi sembra bello morire,

finire alla mezzanotte senza dolore

mentre tu versi la tua anima intorno a questa estasi!

Tu ancora vorresti cantare, però le mie orecchie saranno inutili

per il tuo alto Requiem trasformato in zolla.


VII.

Non sei stato creato per la morte, uccello immortale!

Nessuna generazione affamata ti calpesta;

la voce che ascolto in questa notte fuggitiva

fu ascoltata anticamente da imperatori e contadini:

Forse la stessa canzone che si fece avanti

nel triste cuore di Ruth, quando presa dalla nostalgia

della sua casa, piangeva in mezzo al grano straniero;

la stessa che molte volte incantò,

aprendo magiche finestre sopra la spuma

di mari pericolosi , nelle fantastiche terre delle Fate.


VII

Questa parola è come una campana

che rintocca per richiamarmi a te dalla mia solitudine.

Addio! La Fantasia, non si può ingannare così bene,

perché essa ha fama, ingannevole Spirito.

Addio! Addio!. La tua triste elegia si perde

attraverso i prati, sopra i ruscelli silenziosi,

risale per i declivi dei colli;

per seppellirsi nelle profondità delle radure della valle vicina:

Fu una visione o fu un sogno ad occhi aperti?

Terminata è quella musica: sono desto o sono nel sonno?


John Keats

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