Gian Pietro Lucini
(Milano, 30 settembre 1867 – Plesio, 13 luglio 1914)è stato un poeta e scrittore italiano.
Scomparso per una grave forma di tubercolosi ossea a Breglia, sul Lago di Como, il 13 luglio 1914, può essere considerato l’anello di congiunzione tra l’Ottocento e il Novecento italiano: la sua verve di ribelle lo portò ad essere dannunziano e poi antidannunizano, futurista e poi antifuturista, socialista e poi anarchico. Un artista capace di mettersi sempre in discussione in virtù di una perfetta adesione dell’Arte alla Vita: “Ma se è vero che l'Arte è rifugio e consolazione delli ammalati inquieti, in cui la salute del cuore e dell'intelligenza contrasta colla morbosità degli altri organi, all'Arte mi affidai come alla sposa ed alla madre, che non tradiscono. Ho avuto ragione. Il mio atto di Vita d'allora in poi si è sempre confuso colla mia espressione d'Arte; la mia Azione è la mia Letteratura”. Divenne così una voce d’avanguardia, un trait-d’union tra la Scapigliatura e il Simbolismo e il Futurismo, anche se spesso il suo verso si faceva confuso e convulso, come se nella sua penna si affollassero parole e concetti che premevano per uscire tutti assieme. E questa inquietudine – per certi versi anche aristocratica - è la caratteristica principale del suo dire poetico.

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