Ildegarda di Bingen in tedesco Hildegard von Bingen;
Bermersheim vor der Höhe, 1098 – Bingen am Rhein, 17 settembre 1179)
Monaca benedettina, è venerata come santa dalla Chiesa cattolica; nel 2012 è stata dichiarata dottore della Chiesa da papa Benedetto XVI. Donna dai numerosi talenti, nella sua vita fu inoltre profetessa, san Bernardo da Chiaravalle ed Eugenio III. In una famiglia nobile nasce una bambina fragile, spesso malata, attraversata da percezioni che non riesce a spiegare. È la decima figlia, e già questo la rende superflua. Si chiama Hildegard di Bingen. Fin dall’infanzia racconta di colori, suoni, immagini che si accendono nella sua mente senza spegnersi mai. Più tardi dirà che le arrivano attraverso una “luce vivente” che permea ogni cosa. Nel XII secolo, una bambina così non è un dono: è un problema. Troppo debole per un matrimonio, troppo inquieta per la vita domestica. La soluzione è quella consueta: la Chiesa. A otto anni viene consegnata al monastero di Disibodenberg e rinchiusa accanto all’eremita Jutta von Spanheim. Una cella. Pietra, silenzio, preghiera. Nessuna istruzione formale, nessuna promessa di futuro. Avrebbe potuto dissolversi lì, come tante altre. Invece resiste. Impara il latino. Studia le Scritture. Osserva. Memorizza. E soprattutto tace. Per decenni nasconde le visioni che la accompagnano, temendo l’errore, la presunzione, il giudizio. Essere donna, in quel mondo, significava non avere autorità sulla conoscenza, men che meno su ciò che riguarda il corpo e la salute. Nel 1141 accade la frattura. Una visione così intensa da renderla fisicamente malata. Hildegard comprende che il silenzio non è più una protezione, ma una condanna. Scrivere diventa una necessità vitale. Nasce così Scivias, un’opera teologica costruita con rigore, simboli e coerenza dottrinale. Richiede dieci anni di lavoro. Quando il testo arriva a Papa Eugenio III, avviene qualcosa di rarissimo: una donna viene autorizzata pubblicamente a insegnare attraverso ciò che ha scritto. Da quel momento, la sua voce non si spegne più. Fonda un nuovo monastero. Cura i malati. Studia piante, pietre, febbri, ferite, stati d’animo. Scrive Physica e Causae et Curae, testi medici che descrivono il corpo umano come un sistema complesso, influenzato dall’alimentazione, dalle emozioni, dall’ambiente. Introduce osservazioni sull’uso del luppolo, sulla digestione, sulla circolazione. In un’epoca che esclude le donne dal sapere medico, costruisce una visione sorprendentemente integrata della salute. Ma la sua eredità più audace riguarda le donne. Hildegard parla di mestruazioni senza vergogna. Descrive il piacere sessuale femminile con precisione. Scrive di gravidanza e parto come processi naturali, non come colpe. Rifiuta l’idea della malattia come punizione divina e la riconduce allo squilibrio. Afferma la differenza tra uomo e donna, senza gerarchie, come complementarità necessaria. Nel tempo in cui la donna viene definita un essere incompleto, lei afferma, senza clamore ma con fermezza, che il corpo femminile possiede una sua sacralità. Compone musica che ancora oggi sorprende per complessità. Corrisponde con imperatori e papi. Predica in pubblico, cosa allora quasi impensabile. Cura poveri e potenti senza distinzione. Quando muore, a ottantuno anni, viene chiamata la Sibilla del Reno. Era stata rinchiusa per scomparire. Aveva invece allargato il mondo. Senza università, aveva anticipato una medicina del corpo e dell’anima. Senza permesso, aveva parlato a chi governava. In una cultura che insegnava alle donne a vergognarsi, aveva restituito dignità ai loro corpi. Hildegard di Bingen non abbatté le mura. Le trasformò in luce. Fondatrice del monastero di Bingen am Rhein nel 1165, Ildegarda fu spesso in contrasto con il clero; riuscì tuttavia a ribaltare il concetto monastico prevalente fino ad allora, e che per molto tempo ancora sarebbe rimasto inamovibile, preferendo una vita di predicazione aperta verso l'esterno a quella più tradizionalmente claustrale. Quando ormai era ritenuta un'autorità all'interno della Chiesa, papa Eugenio III nel 1147 lesse alcuni dei suoi scritti durante il sinodo di Treviri di quell’anno. In tale occasione, fu autorizzata a scrivere ed esporre in pubblico le sue visioni. Monaca "aristocratica", Ildegarda più volte definì se stessa come «una piuma abbandonata al vento della fiducia di Dio». Fedele peraltro al significato del suo nome, "protettrice delle battaglie", fece della sua religiosità un'arma per una battaglia da condurre per tutta la vita: scuotere gli animi e le coscienze del suo tempo. Non ebbe timore di uscire dal monastero per conferire con vescovi e abati, nobili e principi. In contatto epistolare con il monaco cistercense Bernardo di Chiaravalle, sfidò con parole durissime l'imperatore Federico Barbarossa, fino ad allora suo protettore, quando questi oppose due antipapi ad Alessandro III. L'imperatore non si vendicò dell'affronto, ma ruppe il rapporto di amicizia che fino ad allora li aveva legati. Nel 1169, riuscì in un esorcismo su una tale Sigewize, che aveva fatto ricoverare nel suo monastero, dopo che altri religiosi non erano approdati a nulla: nel rito da lei personalmente condotto, volle però naturalmente la presenza di sette sacerdoti (unici dotati del ministero di esorcizzare. Nella concezione di una conoscenza che muove dai cinque sensi in direzione della fede in Dio si evidenziarono alcune idee presenti anche nella filosofia scolastica del suo tempo, di cui tuttavia sant'Ildegarda non seguiva il metodo di lettura critica e commento testuale, basandosi unicamente sulle proprie visioni profetiche, sul discernimento spirituale e i carismi ispirati da Dio.

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