Al tempo dei tempi, quando Firenze non era ancora costruita, vivevano lungo l’Arno
e per i colli, Naiadi, Oreidi, divinità fluviali, che godevano delle acque
limpide, delle grotte di verzura, dei cespi di fiori. Ambra, la giovane ninfa
di un poggio, dagli occhi di smeraldo e dai capelli color luna, preferiva le
rose e ne era sempre incoronata; Mènsola coltivava invece le viole lungo le
rive di un ruscello; Africo, un giovane dio, si arrampicava spesso tra le rocce
e gli anfratti per cogliere lunghi rami di ginestra, che gli sembravano fioriti
di tanti campanellini d’oro; una sua sorellina, chiamata Ema, si nascondeva tra
le robinie, le acace, le rose di macchia, e cantava, cantava quasi tutto l’anno.
Gli spiritelli dell’Arno, tutti vestiti di verde chiaro, coltivavano sulle rive
del loro fiume gigli d’ogni specie e d’ogni colore: azzurri, violetti, rossi,
gialli, bianchi: quei fiori avrebbero dato il nome a una gloriosa città:
Fiorenza. Ninfe, spiritelli, divinità fluviali vivevano d’amore e d’accord0 e
sarebbero stati del tutto felici se non avessero avuto un nemico. Questo nemico
era un gigante alto fino al cielo, che godeva chiamare tratto tratto intorno a
sé tutte le nubi:_ Nuvoletta d’oro, vieni dal gigante Morello!
E la nuvoletta, che pareva fatta di sole, si muoveva dall’orizzonte per correre
vicino al capo di Morello.
_Nuvola rosa, ti aspetto!
E la nube, che pareva fatta di petali, correva da lui.
_Cirri, nuvoloni, nembi e tuoni obbedivano e il gigante se li metteva intorno
alla testa, li stendeva via via nell’aria, oscurando tutto il cielo.
Allora le ninfe e gli spiritelli si lamentavano:
_Dov’è andato il nostro bel cielo azzurro?
_ E’ il gigante Morello che ci vuole male!
Morello rideva e quando era stanco di ascoltarli, scatenava il tuono e il
lampo, e ninfe e spiritelli, impauriti dalla bufera, correvano a rifugiarsi
nelle grotte, nelle caverne, tra le rocce ospitali.
Un giorno, stanchi di quella tirannia, si riunirono lungo le rive dell’Arno:
_Come liberarci dal gigante Morello?
_Facciamogli guerra.
_ Non lo vinceremo mai, perché è grande
fino al cielo!
Ema, Ambra e Mènsola ebbero una buona idea e la comunicarono ai compagni.
_ Preghiamo Giove, il Dio massimo, di punire il gigante cattivo.
Tutti applaudirono, tesero le mani e pregarono con gli occhi rivolti al cielo.
Giove,
impietosito, li accontentò e trasformo il gigante in un monte, che si chiama ancor oggi Monte
Morello e che i Fiorentini vedono profilarsi, arido e brullo, aguzzo, d’un bel
colore viola sul cielo azzurro.
Ma che volete? Le cattive abitudini non si perdono tanto facilmente e le
nuvolette rosse, dorate, bianche, i cirri simili a bioccoli di lana, i
nuvoloni, i nembi che sorgono dal mare e dalla valle. Corrono vicini al loro
amico trasformato in monte, gli danzano intorno, lo cingono come una corona.
_Monte Morello si mette il cappello_ dicono i
fiorentini;_ sicuri che pioverà.
Olga Visentini.
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