mercoledì 30 aprile 2025

Ottobre

 


Udite? I colli in torno
suonan di allegri cori,

finché risplende il giorno
sopra i vendemmiatori.

Bambini, oggi alla gloria
della vendemmia uscite.
Cantiam, cantiamo vittoria!
Nuda restò la vite!
Piene le ceste, al tino
le porterem cantando;
già già ribolle il vino
e stride gorgogliando.

Guido Mazzoni

Inverno

Oh, che gioconda fiamma
guizza nel caminetto!
Ride il babbo, la mamma
vi bacia e stringe al petto;
e bambole e balocchi
fan tutti un’allegria. 
Ma voi, bambini, gli occhi
ficcate nella via:
guardate in giù, bambini:
mentre si gode e ride,
ci son dei poverini
che fame e freddo uccide.
(G. Mazzoni)

Canti di maggio



Chi li ha sentiti i canti
dei contadini in maggio?
E vanno avanti, avanti,
cantando del villaggio,
nel fior degli stornelli,
le glorie dell’amor;
e rose hanno ai capelli
ed han la gioia in cuor.
Cantano: e premio è il canto
dell’ansia e del lavoro.
Crescon le messi intanto
che si faranno d’oro.

Guido Mazzoni

La mamma mia.


Quando mi sveglio, un angelo
viene a baciarmi il viso:
ma non ha l'ali d'oro,
nè vien dal paradiso.
Brillano di speranza
quegli occhi tutt'amore;
di gioia con fremito
mistringe sempre al cuore,
m'insegna ad esser buono,
sorregge i passi miei.....
Oh, chi sarà quell'angelo?
O madre mia tu sei!

V. Mangione

A una Rondine

 


-Dimmi rondin gentil, perchè t'involi
così presto al tuo nido, e al nostro ciel?_
_Sento da lungi il verno: e i miei figliuoli
vo' riparar dove s'ignora il gelo._
_Va' rondine gentil, verso quel lido;
io farò guardia intorno al tuo bel nido.
Cercati pur quella miglior dimora.
ma ti sovvengo di tornare ancora.

da un vecchio libro del 1917.

L’ottimista è una persona

 


PROVERBIO

Chi getta un seme lo deve coltivare,
se vuol vederlo col tempo germogliare

FRASE DEL GIORNO
L’ottimista è una persona che ordina una dozzina di ostriche nella
speranza di poterle pagare con la perla che troverà in una di loro.
(Theodor Fontane)

Jacopo Chimenti

detto anche Jacopo da Empoli o L'Empoli, dalla città natale del padre
(Firenze, 30 aprile 1551 – 30 settembre 1640),
è stato un pittore italiano.
Si formò alla bottega di Maso da San Friano a Firenze, la sua pittura si ispira soprattutto ai primi maestri del Cinquecento, volgendo lo sguardo alla pittura dei Santi di Tito, quindi ad un'arte popolare e devota, sia classicheggiante sia attenta alle verità naturali. Apparve, talvolta, una traccia dell'ambiente caravaggesco, manifestata dalle ricerche luministiche. Un dipinto di Jacopo Chimenti si trova nel Santuario della Madonna dei Tre Fiumi nel Mugello, vicino a Ronta. Tenne il suo laboratorio a Firenze presso il Palazzo Pasqui in via dei Servi, come oggi ricorda una targa.

Nel silenzio che segue la mia morte

 Nel silenzio che segue la mia morte ..ricordami non come un fiore appassito
andato via da questa terra
disintegrato nel vento.
Non essere triste per la mia partenza
non far danzare la tua tristezza nella polvere…
ma gioisci della mia vita
e anche se so che sentirai dolore
nel ricordare le lacrime che cadono dai tuoi occhi tristi
leggi la mia presenza nelle stelle,
rimani in ascolto per i miei sussurri, sono lì
caldi e pieni di speranza.
E poi ricordami come ero:
ridente, amorevole, vivo.
Julia Fichig

MARIA..parlami del Figlio di Dio 5

 


Mio padre Gioacchino e mia madre Anna.

Mio padre era di statura media,magro,d'aspetto  gradevole e sereno. Occhi neri, come la barba, faccia  allungata, naso aquilino, il suo sguardo  infondeva  fiducia e il suo sorriso ammaliava. Responsabile nelle cose che faceva, godeva la stima di amici e  conoscenti. Era  istruito e  spesso leggeva le Scritture. A me portava un  amore incondizionato; quando tornava dal lavoro, il venerdì sera, stanco per la fatica di  tutta la settimana, faceva quasi correndo la ultima salita del torrente cedron fino a casa, dimenticando ogni stanchezza, per la gioia di rivederci. Una delle  caratteristiche che più  ricordo di mio padre, era l' accoglienza tutta particolare e cordiale che riservava alle persone che venivano a  trovarci. Devo  ringraziare  molto il Signore  per il fatto che da piccola ho sentito l'amore della  gente, dei genitori, dei  parenti e degli amici. Mio padre morì quando io avevo sette  anni. Mia madre era una di quelle persone la cui presenza crea un'atmo sfera di serenità nell' ambiente in cui si vive. Piaceva a tutti, perchè per  lei tutti valevano, grandi o piccoli, ricchi o poveri. Se mio padre era l' immagine della benignità di Dio, mia  madre  era un soave riflesso della sua tenerezza. Il nome Anna vuol dire " Grazia ". Apparteneva ad una famiglia molto religiosa della Galilea. Sapeva farmi percepire il legame tra gli avvenimenti di ogni giorno e il disegno di Dio che li guidava. Diceva che niente accade per caso; tutto è previsto,
orientato a realizzare la volontà di Dio  per il  nostro bene.

D.J.M.Vernet

Conoscere


 

martedì 29 aprile 2025

Il risparmio

 

Dice la sabbia fine in riva al mare:
“Unisci granellino a granellino,
e avrai la spiaggia immensa,
dove l’occhio si perde a riguardare”.

E dice il mare: “L’onda unisci all’onda,
per lungo tratto, scintillante al sole,
ed ecco l’oceano, di cui non vedi
l’una e l’altra sponda”.

Sussurra l’erba: “Unisci fogliolina
a fogliolina, stelo a stelo,
e avrai prati ondeggianti al vento,
scintillanti di rugiada ogni mattina”.

L’albero dice: “Un tronco, un altro ancora
ed ecco la foresta inesplorata,
ove saltan le scimmie,
trillano canarini in sull’aurora”.

Dice una stella in cielo: “Che son io?
Un lumicino. Ma con le sorelle
divento il firmamento,
lodo in eterno la bontà di Dio”.

E la formica dice: “Non è tutto
questo chicco che porto a casa mia!
Ma insieme ad altri chicchi,
è la provvista per il tempo brutto”.

E in cuore all’uomo la saggezza dice:
“Tu spendi oggi la piccola moneta,
che un giorno, unita a mille,
potrà bastare a renderti felice.

Frena adesso un capriccio e un giorno avrai
un bene vero: chiudi nella terra
ora oggi un chicco soltanto
ed una spiga domani troverai”.

 Milly Dandolo

Il castagno

Il castagno è così. Si leva ardito
ai mutevoli cieli, esile, prima,
e, fatto adulto, cerca con la cima
la sua parte di sole all'infinito.

Passan su lui la gazza e i migranti
figli dell'aria: ed ei tutti li accoglie
nel quieto asilo delle aperte foglie;
e quelli lo ricambiano di canti.

La sua storia non è grande e superba:
vengono fino a lui pastori e cani
e greggi suonatori di campani,
bianchi di lana masticando l'erba.

Intanto con le sue linfe più pure
nutre il frutto e gli da scorza pugnace,
e lo fa ricco di bontà verace
e lo fa saldo di virtù secure.

Poi viene il tempo che la pioggia bagna
i boschi; e dalle cime l'aquilone
erompe con la sua canzone;
e il boscaiolo coglie la castagna.

Vede fumar da lungi i casolari
sotto tetti d'ardesia. Il fuoco avvampa
talora i vetri, e intorno ad una lampa
c'è chi si ciba dei suoi frutti cari.

Questa, credi, è la sua gioia più vera:
donare, a chi domanda, ciò che sazia,
ogni frutto mutare in una grazia
che cada in grambo a chi fatica e spera.

Renzo Pezzani

Miro Luperi

(Bagni di San Giuliano, 29 aprile 1911 – Garfagnana, 28 novembre 1944) è stato un partigiano italiano combattente durante la Resistenza al nazifascismo.

Nel febbraio 1931, per obbligo di leva, fu arruolato nella Regia Marina. Fu imbarcato sull'incrociatore Alberico da Barbiano come trombettiere, rimanendo su questa nave fino all'agosto 1933, allorquando venne posto in congedo per fine ferma. Fu successivamente assunto nell'Arsenale Militare Marittimo della Spezia. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, si rifiutò di collaborare con i tedeschi e, prima si diede alla macchia, poi nel marzo 1944 si aggregò nella Brigata Garibaldina "Ugo Muccini", nella quale conseguì il grado di tenente. Il 28 novembre 1944, al comando di una ventina di partigiani, conquistò un'importante posizione sul Monte d'Animo, in Garfagnana. Dopo un contrattacco di due compagnie tedesche, decise di sacrificarsi per consentire la ritirata dei suoi compagni di lotta, resistendo a lungo sulla posizione finché fu colpito mortalmente.
Il suo gesto gli valse la Medaglia d'oro al valor militare.
Medaglia d'oro al valor militare
«Infaticabile organizzatore ed ardito combattente della lotta partigiana, ripetutamente si distingueva per atti di abnegazione, di iniziativa e di coraggio. Partecipava, volontario, con una ventina di partigiani, ad un'azione particolarmente rischiosa, conquistando arditamente un'importante posizione montana. Due compagnie tedesche contrattaccavano allora da più lati determinando una situazione oltremodo difficile. Con generoso slancio decideva di sacrificarsi per consentire la ritirata ai compagni. Rimasto solo sulla posizione, sosteneva lungamente viva azione di fuoco mantenendo impegnati i nemici ed infliggendo loro numerose perdite. Continuava intrepido a battersi sino a che, quasi esaurite le munizioni ed assicurata la salvezza dei suoi, cadeva da prode sulla cima da lui difesa con leggendario coraggio.»
— Monte d'Animo (Garfagnana), 28 novembre 1944

La mala Sanità

La mala Sanità
ci stà o non ci stà?
Ambulatori affollati
da file di malati.
Nelle corsie gremite
vedi facce smarrite,
tristi, sfiduciate
e molto amareggiate.
Vorrebbero soltanto
aver qualcuno accanto
che desse loro conforto
e fosse di supporto,
con modi garbati
per esser tranquillizzati.
Mammamia che tristezza!
desideriamo solo certezza
di guarire e stare bene
per finir le nostre pene.
Lucia

Caterina de' Medici

Caterina Maria Romula di Lorenzo de' Medici,
(Firenze, 13 aprile 1519 – Castello di Blois, 5 gennaio 1589),
fu regina consorte di Francia, dal 1547 al 1559, come sposa di Enrico II di Francia, e reggente. Nota, dal 1559, come la regina madre, ebbe una grande e duratura influenza nella vita politica dello Stato. Unica figlia di Lorenzo II de' Medici duca d'Urbino, e di Madeleine de la Tour d'Auvergne, morti entrambi nell'anno della sua nascita, portava nelle sue vene sangue francese e italiano. Sposa di Enrico II, fu madre di Francesco II, Carlo IX, e di Enrico III. Il suo bisnonno paterno era Lorenzo il Magnifico e il papa Leone X, quindi, era suo prozio. Prima regina, poi reggente di Francia, Caterina de' Medici è una figura emblematica del XVI secolo. Il suo nome è legato alle guerre di religione che si combatterono in Francia negli anni del suo regno. Una sorta di leggenda nera che la perseguita da tempo immemorabile ne ha fatto una persona austera, vendicativa, attaccata al potere e persino malvagia, pronta a qualunque espediente pur di raggiungere i suoi scopi, secondo i dettami de Il Principe, opera che Machiavelli aveva dedicato al padre. Caterina viene piuttosto considerata una delle maggiori sovrane di Francia, sostenitrice della tolleranza civile, che pur compiendo diversi errori di valutazione, tentò di seguire una politica di conciliazione con l'aiuto dei propri consiglieri, animata in primo luogo dal desiderio di assicurare la continuazione della dinastia Valois. Il suo ruolo nel massacro della notte di San Bartolomeo, tuttavia, contribuisce ancora oggi a farne un personaggio controverso. Sembra che il nome Caterina le sia stato dato in memoria di Caterina Sforza, la madre di Giovanni dalle Bande Nere, il quale aveva sposato Maria Salviati, riunendo così i due rami della famiglia Medici. Maria omaggiava la Vergine e Romula le era stato assegnato in onore del patrono di Fiesole. La madre morì pochi giorni dopo la sua nascita. Il padre, anch'esso malato da tempo, molto probabilmente di sifilide, la seguì in maggio. Le fortune dei Medici sembravano infatti bruscamente terminate con la morte precoce dell'erede designato, che aveva lasciato dietro di sè solo un'infante dopo un matrimonio assai ben progettato. Tuttavia si rialzeranno da lì a breve, secondo il motto di famiglia dai tempi di Lorenzo il Magnifico: le temps revient, "la primavera ritorna". Caterina venne cresciuta da sua nonna Alfonsina Orsini, poi venne posta sotto la tutela delle vecchie zie di famiglia. In particolare i cugini Strozzi ricoprirono le veci di fratelli nella sua infanzia. Unica erede della fortuna dei Medici, prese il titolo di duchessa d'Urbino, che le valse il nome di "duchessina" da parte dei fiorentini. Beneficiò della protezione dello zio papa Leone X, poi soprattutto quello di Clemente VII, uno dei suoi cugini, eletto papa nel 1523. Nel 1529 fu presa in ostaggio dai fiorentini (aveva otto anni) e subì l'assedio di Firenze da parte delle truppe pontificie. Resterà per tutta la vita marchiata da questa crudeltà politica. Passò una parte della sua infanzia in un convento di religiose come ostaggio prima di raggiungere suo zio ed i suoi cugini a Roma. A Roma ricevette un'educazione molto curata e dimostrò ottime doti intellettive, che si sposava con quello più tardi dimostrato per l'astrologia. Fu coinvolta nelle trame tra il papa e Francesco I di Francia, che mirava a riacquisire in Italia l'influenza persa nella disfatta di Pavia anche tramite un matrimonio tra Caterina e il suo secondogenito Enrico, duca di Orleans, di pari età. La ricca dote di Caterina avrebbe contribuito oltretutto a colmare il debito delle finanze francesi. Il matrimonio tra Caterina ed Enrico d'Orleans ebbe luogo il 28 ottobre 1533 e venne seguito da festeggiamenti grandiosi. Le nozze furono consumate la notte stessa, con grande felicità del re di Francia e del pontefice, che vedevano in questo modo suggellati i loro reciproci accordi politici. L'alleanza con il papa di fatto non ebbe mai valore a causa della morte di quest'ultimo, sopraggiunta l'anno successivo. Nei primi tempi del matrimonio Caterina non occupava che un piccolo spazio a Corte. Ma il 10 agosto 1536 il primogenito di Francesco I, Francesco di Francia, morì. Caterina divenne Delfina e duchessa titolare di Bretagna e prese gradatamente il proprio posto nella Corte. Ma Caterina ed Enrico non avevano ancora eredi. Su Caterina incombeva dal 1538 la minaccia di un ripudio, ma ricevette l'appoggio inatteso di Diana di Poitiers, della propria cugina e di quella di Enrico. È in quest'epoca che Caterina scelse il proprio emblema: la sciarpa d'Iris (l'arcobaleno). Temette sempre più di essere ripudiata. Alla fine partorì nel gennaio 1544 un erede: Francesco, il futuro Francesco II di Francia. Avrà dieci figli, dei quali sette sopravvivranno oltre l'infanzia. Quando Francesco I morì, nel marzo del 1547, Enrico d'Orléans divenne Enrico II e Caterina regina di Francia. Accadde allora una completa ridistribuzione delle carte. All'inizio, Caterina competeva con Diana di Poitiers, ma questa ben presto ricevette tutti gli onori: fu insignita del titolo di duchessa del Valentinois. Caterina riunì attorno a sé una corte sempre più italiana. Il 10 giugno 1549 Caterina fu ufficialmente consacrata regina di Francia nella basilica di Saint-Denis. A partire dal 1552, Enrico II riprese i combattimenti a est del regno.Durante questo periodo, Caterina fu nominata reggente e controllava l'approvvigionamento e i rinforzi delle armate. Poco dopo, venne inviata dal re al parlamento di Parigi a chiedere denaro per proseguire la campagna d'Italia. La situazione fu ristabilita nel 1558 e la pace firmata nel 1559. Questo trattato tuttavia fece perdere i fondamentali possedimenti italiani della Francia e Caterina ne divenne furiosa. Il 10 luglio 1559 Enrico II morì in seguito ad una ferita all'occhio, ricevuta durante un torneo cavalleresco. Caterina, per manifestare il proprio dolore, decise che non si vestirà che di nero in segno di lutto. Cambiò quindi il suo emblema: la lancia spezzata con il motto «Da qui le mie lacrime, da qui il mio dolore». A Enrico II successe il figlio primogenito, Francesco II, ancora quindicenne. La prima preoccupazione di Caterina era la salute di suo figlio. Francesco II soffriva di una malformazione congenita. La morte di Francesco II, nel dicembre 1560, la ferì profondamente, ma le permise anche di prendere in mano le redini del potere. Carlo Massimiliano non aveva che dieci anni nel 1560. Salì sul trono con il nome di Carlo IX. Il re Francesco non era ancora morto che Caterina si era già portata avanti: negoziava ormai con Antonio di Borbone, principe di sangue, per determinare chi tra loro due avrebbe tenuto la reggenza. L'emergere di Caterina de'Medici e di Michel de l'Hopital sulla scena politica fece sì che vi fosse una progressiva riduzione della pressione sui riformati. Il 17 gennaio 1562 Caterina de'Medici promulgò l'Editto di gennaio, che costituì una vera rivoluzione poiché rimise in causa il legame sacro tra l'unità religiosa e la continuità dell'organizzazione politica. La prima guerra di religione cominciò nel 1562 con la strage di Wassy, ad opera dei Guisa. La morte e l'imprigionamento dei principali capi della guerra permisero a Caterina di riportare la pace nel regno. Prendendo le distanze dai Guisa, la regina fiorentina accordò infine agli ugonotti la pace di Amboise nel marzo del 1563. L'editto prevedeva già una certa libertà di culto nelle case signorili e nelle città. Nell'agosto 1563 Carlo IX divenne maggiorenne. Caterina abbandonò la reggenza, ma Carlo IX le riconfermò immediatamente tutti i poteri già posseduti. Il mese di marzo segnò anche l'inizio del "grande viaggio attraverso la Francia" di Carlo IX, voluto e organizzato da Caterina. Il viaggio regale durò 28 mesi, fino al 1566. Ad ogni tappa il re si mostravva alle città insieme con la regina madre. Il 30 maggio 1574, Carlo IX morì di tubercolosi, lasciandole la reggenza del regno fino al ritorno in Francia dell'erede Enrico. Il duca d'Angiò, terzo figlio di Caterina, successe a suo fratello sotto il nome di Enrico III, dopo essere tornato in Francia dalla Polonia, di cui era stato eletto re. Enrico era il figlio preferito di Caterina e senza dubbio il più intelligente dei tre. Caterina lo lasciò governare da solo. Nonostante avesse ormai quasi raggiunto i sessant'anni, non esitò mai a pagare di tasca propria il prezzo dell'impopolarità della corona francese. Caterina de' Medici è divenuta agli occhi dei contemporanei una figura fuori dal comune che impone rispetto. Qualche giorno dopo l'assassinio del duca Enrico di Guisa al castello di Blois, nel dicembre 1588, del cui piano il re non l'aveva informata, Caterina si ammalò. Morì circondata dall'amore dei propri cari, ma completamente abbattuta per la rovina della sua famiglia e della sua politica. Poiché la Basilica di Saint-Denis era nelle mani dei congiurati, non poté esservi sepolta. Le sue spoglie rimasero a Blois ed entrarono a Saint-Denis solo ventidue anni più tardi.

La bandiera


 

Perché prima di una preghiera bisogna fare il segno della croce?

 Il segno della croce è il gesto con il quale i cristiani salutano Dio Onnipotente, si riconoscono come fratelli di Gesù e si affidano all’opera dello Spirito Santo.

Gesù Tu che puoi.....


 

Un campo di Papaveri Viola

Un campo di Papaveri Viola , dove si racconta che un giorno di Primavera è nato il colore viola.

Oggi, come nell'antichità, il viola rappresenta la transizione tra la vita e l'immortalità, è il colore della metamorfosi, del mistero e della magia.
il colore Viola è posizionato agli antipodi del Rosso e simboleggia attitudine a identificarsi con il prossimo.
Il colore viola si ottiene mescolando il blu che è il colore del Cielo e del Mare con il colore rosso che è il colore della Passione e dell'Amore.

lunedì 28 aprile 2025

La storia di Berta che Filava

Fu la Berta una fanciulla,
Che  passar senza far nulla
non potea mezz'ora al giorno.
Por le legna o il pan nel forno,
Cuocer l'erbe e le castagne,
Munger vacche, annaffiar fiori,
E altri simili lavori,
Eran cose che la Berta
Le facea da figlia esperta.
Ma il mestier suo prediletto
Fu il filare or lino or lana;
Sol due notti andava a letto
O al più tre per settimana;
Tutte altre le passava
A filar lino o lana,
E faceva in una notte
Quanto sei delle più dotte.

La regina Cunegonda
(Perchè il mondo or non abbonda
Di si rare principesse?)
Non dirò come sapesse
Che abitava in tal pendice
Una rara filatrice.
Quell'amabile regnante
Che filò già fusa tante,
Veder volle se colei
Ne sapeva più di lei.
Sen va, dunque, una mattina
A trovar la contadina;
Le dichiara che sen viene
Perchè udì che fila bene;
E che brama un fuso o due
Dalle belle mani sue;
Protestandole che pensa
Darle degna ricompensa,
Se per fama il ver narra;
Berta, alquanto vergognosa,
Si fa rossa come rosa.
China il capo, e senza indugio
Corre a un piccolo pertugio,
Da cui manda le sirocchie (1)
Per due fusi e due conocchie.
E cantando l'arietta:
_Fila, fila, forosetta!_
Caricò da gran maestra
L'un di fil, l'altro di lana,
Che incantava la sovrana
Giunse a dir ch'eran quei fili
I più eguali e più gentili,
Che filati fosser mai
Dalle Fiandre al Paraguai.
Poi, cavando un lapis rosso,
Che portava sempre addosso,
Pose in carta il grande editto
( E al Re fu sottoscritto)
Che diceva:_Quanto lunge
della Berta il filo giumge,
Tanto vo' che in questo dì
Abbia terre._E fu così.
Ma colei, che in  sorte umile
E mangiando rape e cavoli
Era affabile e gentile,
Diventò il peggior de' diavoli
Al momento che fu ricca.
Le conocchie a un chiodo appicca
Come ree di qualche fallo,
Delle fusa( e, se non fallo,
Ne avea mille) fa tal fiamma,
Che spaventa babbo e mamma.
D'un palazzo fa l'acquisto,
Che fu già di Papa Sisto.
Pon tre anelli in ogni dito,
Vuole un Prence per marito.
Va col capo alto qual cervo;
Sempre a seco un paggio, un servo.
Più non parla d'indi in poi
Che col quinci e siamo noi,
E, se mai parente o amica
Incontrava per la via,
Pel timor che non le dica:
_Berta cara, Berta mia!_
_largo, largo!_ da lungi gridava_
Passò il tempo che Berta filava!_


Di Pietro Fanfani (Pistoia 1815/i879).


Sinite parvolus

 

Se nel crocicchio d'una via deserta,
O in mezzo al mondo gaio e spensierato,
Incontrate un bambino abbandonato
Pallido in viso e la pupilla incerta,

Che d'una madre il bacio ed il consiglio,
Abbia perduto, e pianga su una bara
La memoria più santa e la più cara,
Oh, portatelo a me!...sarà mio figlio.

Io lo terrò con me per sempre. A sera
Gli metterò le sue manine in croce,
Con lui, per lui dicendo a bassa voce
De' miei anni più belli la preghiera.

La parola che eleva e che conforta
Io gli dirò con placida fermezza;
La gelosa e veggente tenerezza
Avrò per lui della sua mamma morta.

Ada Negri.



Il sole dei vecchi è un sole stanco,

Il sole dei vecchi è un sole stanco, trema come una stella
e non si fa vedere,
ma solca le acque d'argento
dei notturni favori
E tu che hai le mani piene
d'amore per i vecchi
sappi che sono fanciulli
attenti al loro pudore.

AldaMerini

Si scrive Buonanotte o Buona notte?

Quando si chatta fino a tardi su internet o via sms con una persona importante e con la quale non si vuole fare brutta figura possono venire dei dubbi anche banali e che probabilmente in casi normali non si sarebbero nemmeno posti come per esempio il saluto per chiudere il discorso perché si è fatto tardi ed è ora di andare a dormire... Secondo voi si scrive buonanotte o buona notte? Cioè sarebbe più giusta la forma tutta attaccata o quella suddivisa in due parole? E per quanto riguarda le parole buonanottata e buona nottata cosa avreste scelto?
Sia buonanotte che buona notte sono due forme corrette e anche qui come per buonasera o buona sera dipende tutto dalla frase. Quando il saluto riveste la funzione di sostantivo va sempre usata la forma tutta unita, in caso contrario si possono usare entrambe le forme:
In queste frasi la parola "buonanotte" viene usata come sostantivo:
Dare la buonanotte come ai bambini piccoli.
La buonanotte è più piacevole riceverla che darla.
Mentre in queste frasi viene usata come sintagma composto dall'aggettivo "buona":
Ti auguro una buona notte.
Vorrei che per te sia una buona notte.
Per il secondo dubbio, cioè quello di scegliere fra "buonanottata" e "buona nottata" dovete sapere che in questo caso non vale la regola della forma univerbata infatti va usata la forma staccata.
In definitiva, se usate la forma univerbata, cioè "buonanotte" non commetterete mai errore!
Web

Voi vedete il buio

 


Riflettiamo bene 🤓

Ciò che oggi piace tanto,
domani potrebbe annoiare.
Ciò che oggi si scansa ,
domani potrebbe essere
cercato perchè non abbiamo ben valutato.
Tutto è relativo al momento e al carattere.
Riflettiamo bene e cerchiamo di accettare
gli altri come sono,
non dobbiamo cambiare nessuno
perchè nessuno saprà mai dove stà il giusto.
Lucia.🐞

Chi ha fatto 30 può fare 31!

Papa Leone X, il 1° luglio 1517, creò trenta nuovi cardinali;poi gli parve che un'altro prelato fosse pure degno di quell'onore, e nominò cardinale anche lui.
Qualcuno si meravigliò che il Papa, il quale aveva pensato di far trenta cardinali, ne avesse fatto uno in più, e Leone X rispose:-Chi ha fatto trenta può far trentuno.
La frase è rimasta e significa che colui il quale ha fatto uno sforzo, può facilmente aggiungerne uno minore.
D. Provenzal

domenica 27 aprile 2025

La solitudine:



La solitudine: bisogna essere molto forti

per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe

e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare

raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere

rapinatori o assassini; se tocca camminare

per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera

bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;

specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,

e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;

non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,

oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte

senza doveri o limiti di qualsiasi genere.

Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri

— e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,

tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,

essi sono molti — non sono che momenti della solitudine;

più caldo e vivo è il corpo gentile

che unge di seme e se ne va,

più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;

è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,

non il sorriso innocente o la torbida prepotenza

di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza

enormemente giovane; e in questo è disumano,

perché non lascia tracce, o meglio, lascia una sola traccia

che è sempre la stessa in tutte le stagioni.

Un ragazzo ai suoi primi amori

altro non è che la fecondità del mondo.

È il mondo che così arriva con lui; appare e scompare,

come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,

e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;

l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque

la solitudine è ancora più grande se una folla intera

attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni —

l’andarsene è fuggire — e il seguente incombe sul presente

come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.

Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,

specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,

e per te non è mutato niente; allora per un soffio non urli o piangi;

e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,

e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire

che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe esser più soddisfatto,

e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine

è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?

Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,

che valga una camminata senza fine per le strade povere,

dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.P.P.Pasolini

Non esiste la mancanza